Villa Fidelia

L'attuale complesso della Villa Fidelia sorge su un insieme sacrale di epoca classica e da questo è stata fortemente condizionata nella sua disposizione planimetrica e d'impianto, al punto che, nonostante gli edifici ed i giardini siano sorti in epoche successive, l'impronta dell'antico santuario ha regolato l'opera di edificazione e di sistemazioni successive in modo tale da fare apparire il complesso un tutto unitario, non slegato e frammentario.

Il complesso sacrale pare abbia delle origini risalenti alla tarda età repubblicana anche se la sua conformazione definitiva dovrebbe, secondo il Rescritto Costantiniano di Hispellum, appartenere al IV secolo.
Nel citato Rescritto datato tra il 326 e il 333, l'imperatore, su istanza degli abitanti di Hispellum, concede alla popolazione umbra di riunirsi annualmente non più a Volsinii (Bolsena) insieme agli etruschi, per celebrare ludi scenici e gladiatori, ma nello stesso territorio della Provincia Umbra presso Spello (cui viene attribuito l'appellativo di Flavia Constans), all'unica condizione che oltre a costruire un magnifico ed ampio edificio dedicato alla Gens Flavia, detto tempio non fosse contaminato dagli inganni di qualsiasi contagiosa superstizione.

Questo documento lapideo, rinvenuto nei pressi del teatro romano prospiciente a valle Villa Fidelia, testimonia che la struttura a terrazzamenti, gli edifici e le costruzioni romane ancora visibili siano da attribuire effettivamente ad epoca anteriore al Rescritto del 333, e che di questa epoca dovrebbe essere solo un edificio, di cui però attualmente non rimangono che scarsi indizi.

Con la decadenza dell'Impero, anche l'Umbria subisce l'effetto devastante delle incursioni barbariche: l'antico santuario conosce così una prima spoliazione e rovina, proseguita poi dagli stessi abitanti della vicina città che la utilizzano come cava di materiali.

La proprietà del terreno, ormai ridotto all'utilizzazione agricola, dovrebbe essere rimasta pubblica almeno nella parte inferiore, approssimativamente corrispondente al luogo del martirio di San Felice, protovescovo spellano (?), ove ora sorge l'oratorio di San Fedele del XVII secolo, e dove pare che i Camaldolesi avessero uno Spedale di San Marco (XI secolo) nei presi del luogo da gran tempo sede di fiere e mercati.

Se questo vale per la parte inferiore del complesso sacrale, posto lungo la strada Centrale Umbra collegante Perugia con Assisi, Spello, Foligno e la via Flaminia nel tratto di inizio della pianura, non è detto che la parte costruita adattando le prime balze del versante spellano del Monte Subasio sia rimasta di proprietà pubblica, come attesta Ludovico Jacobilli, storico folignate, attribuendo la proprietà alla famiglia degli Urbani nel XVI secolo di parte di tali terreni e di un edificio, sotto il quale vengono rinvenuti un mosaico e una base marmorea con dedicazione a Venere.

Gli Urbani, secondo Antonio Mancinelli nella Storia delle famiglie nobili di Spello, e più precisamente gli Acuti Urbani di San Lorenzo, aventi come capostipite un certo Ser Niccolò Urbani nominato cavaliere e conte palatino da Ottone IV nel 1210, hanno effettivamente la proprietà del Vocabolo Poeta da gran tempo, comprendente parte dell'area sacrale. Inoltre, un certo Bartoluccio di Giacomo Urbani governa Spello dal 1351 al 1357, e testimonia la potenza di questa famiglia.

Posto quanto sopra, con il XVI secolo gli Urbani, proprietari di un vasto palazzotto nobiliare nel cuore di Spello nei pressi dell'antico Foro, occupano l'area dell'antico santuario e, riutilizzando le gradinate romane a destinazione agricola (vigna ed oliveto), sentono ben presto la necessità di avere a disposizione una "Villa" suburbana proporzionata all'importanza della famiglia e funzionale all'attività agricola svolta. Chi sia l'oscuro architetto che progettò l'edifico, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, non è dato sapere in quanto rimane oscuro anche il nome del progettista del palazzo cittadino degli Urbani.

Certo tuttavia è il fatto che il primo edificio agricolo sorga su resti di uno dei sacelli laterali del santuario ed esattamente su quello riguardante Spello dedicato a Venere, come attesterebbe la notizia già citata e riportata dallo storico folignate del Cinquecento Ludovico Jacobilli: Nella Villa dei signori Urbani, chiamata la Fidelia, fuori Spello et vicino alla strada che va verso Perugia è stato trovato un pavimento grande fatto a mosaico, ch(e) serve alla stanzia... et da una parte di detto pavimento è stata trovata l'infrascritta descrittione ma al presente ne è guasta la maggior parte.

Allo stato attuale, della Villa dei signori Urbani, non resta forse che qualche struttura muraria per lo più irriconoscibile senza elementi architettonici tipici o caratterizzanti.

Agli Urbani, estintisi intorno ai primi anni del XVIII secolo, succede come proprietaria sia del palazzo cittadino che della villa, Donna Teresa Pamphili Grillo (1680 – 1762), che la tradizione vuole si fermi a Spello attratta dall'amenità del luogo durante un suo viaggio fatto allo scopo di dimenticare le traversie della sua infelice vita coniugale. È indubbio che la Pamphili porti con sé quel bagaglio culturale, anche architettonico, e quello spirito mecenatesco dell'aristocrazia romana del tempo, come prova il fatto che la Donna viene ricordata quale benefattrice dei poveri e pia persona, oltre che edificatrice. Nell'arco di vita spellana della Pamphili, come viene restaurato e modificato l'antico palazzo cittadino degli Urbani Acuti, anche Villa Fidelia deve aver subito modifiche, ristrutturazioni ed ampliamenti; pertanto, ai primi del XVIII secolo si possono ascrivere: l'impianto del giardino all'italiana organizzato sopra la più alta sostruzione romana del santuario, posto in linea e costituito da siepi di bosso e giare con agrumi ed essenze vegetali profumate; il muro con nicchie e fontane, a monte del giardino stesso, e l'ampliamento e la totale ristrutturazione della Villa degli Urbani, secondo uno schema che, suggerito dalla disposizione a gradoni, richiama, in piccola scala, Villa Madama.

Alla morte di Donna Teresa Panphili Grillo , la proprietà passa ai conti Sperelli, ed in seguito ad un certo Gregorio Piermarini, facoltoso possidente terriero folignate (pare che il suo patrimonio ammontasse a più di 65.000 scudi – vedi testamento), che alcuni indicano quale parente dell'architetto Giuseppe Piermarini. E' del periodo in cui è proprietario il Piermarini la prima rappresentazione grafica del complesso agrario con Villa, giardini, boschetto, frutteti ed oliveto, chiaramente indicati in pianta ed in una veduta assonometrica firmata dall'ingegnere senese Saverio Andreucci, che si attribuisce non ben precisati lavori di rimodernamento. In detto disegno appare per la prima volta la palazzina denominata Casino di villeggiatura, che sembra nasca sul sacello posto in opposizione a quello di Venere su cui abbiamo ipotizzato sia sorta la primitiva Villa Fidelia degli Urbani, ricostituente così l'originaria simmetria dell'impianto paesistico-sacrale romano.

Questo edificio è di forma estremamente regolare, compiuto architettonicamente e di una certa eleganza formale non carica di orpelli neo-palladiani, quale appare oggi dopo la ristrutturazione del Bazzani e come si vede rappresentato nell'affresco dell'ex palazzo Piermarini di Foligno e nel dipinto dell'ex Collegio Vitale Rosi in Spello. Il Casino di villeggiatura deve appunto sorgere tra il 1805, data del rilevamento del Catasto Gregoriano, ed il 1830, data del rilievo dell'ingegnere Andreucci, in quanto nel Catasto Gregoriano di Spello appare solo la particella non edificata su cui sorgerà il Casino, mentre nella planimetria dell'ingegnere senese già appare la pianta del primo piano dell'edificio.

Da questa considerazione scaturisce l'ipotesi piuttosto attendibile che non sia l'Andreucci a progettare la nuova villa, bensì un altro artista a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento in quanto è già stato effettuato sul Catasto del 1805 il frazionamento per la nuova costruzione.

Da questo ad attribuire il progetto del Casino ed il giardino vesuviano con esedra e fontana, sormontata da Diana cacciatrice e concluso in alto dalla cisterna con orologio e fonte, al maggior architetto vivente in quel periodo a Foligno, cioè Giuseppe Piermarini, il passo è breve. Ma, ancora, da comprovare.
Morto Gregorio Piermarini nel 1845, la Villa passa ai Tani-Menicacci che non operano modifiche all'impianto architettonico dei giardini e degli edifici, cosa che purtroppo comincerà ad avvenire con il passaggio della proprietà al Collegio Vitale Rosi che adatta la costruzione a residenza estiva degli assistiti.

Con i seguenti passaggi di proprietà il complesso rimane integro sino agli ultimi proprietari privati: la famiglia Costanzi. Questi vendono la parte della villa più antica alle Suore Missionarie d'Egitto, che tuttora ne mantengono la proprietà, e la parte con i giardini ed il Casino di villeggiatura (ristrutturato ed ampliato dal Bazzani), il galoppatoio, la serra e il campo da tennis (dove la regina Giovanna ed il re Boris di Bulgaria nel 1930 trascorsero parte del loro viaggio di nozze), alla Provincia di Perugia.